Biografia

Giovanni Balilla Magistri nasce a Milano il 2 giugno 1909, figlio di Raffaele, apprezzato scenografo teatrale romano e Stamura Villa, terzogenita di Enea, dentista bolognese.

Fin dai primi anni di scuola l’inclinazione artistica si manifesta nel disegno, e al momento di intraprendere gli studi superiori è indotto ad iscriversi al Liceo Artistico di Brera (Milano).

Da una sua cartolina del 1926 inviata ai genitori si comprende come la famiglia non condivida pienamente gli intenti del giovane Magistri: “Grazie per il consenso accordatomi, per i colori non dubitate, farò il possibile per non sprecare soldi”.

La frequenza agli studi prediletti lo portano, con spontanea naturalezza, al puntuale approfondimento dello studio sia della luce come fonte primaria della visione e percezione dell’oggetto da riprodurre sia della prospettiva, come contesto. 

A testimonianza di questo periodo rimane un disegno, “Il verone di Giulietta”, nel quale è evidente la meticolosità dell’applicazione dei concetti e delle tecniche di base.

Conclusi gli studi liceali continua la sua formazione frequentando l’Accademia di Brera dove conosce e condivide con Giacomo Manzù, Bruno Munari, Luigi Filocamo le prime esperienze di autonomia espressiva.

Magistri ritratto da un compagno
dell’Accademia di Brera

In un testo pubblicato nel 1934 dalla Società Anonima Stampa Periodica Italiana e intitolato “Latteria di Tripoli”, è riportata una tavola a colori, con le caricature da lui eseguite e a firma degli autori dell’opera: Bassano Erba, Berto Andreoli, Carlo Manzoni, Angelo Uglietti, Pino Donizetti, Bruno Munari .

Sono gli anni in cui Magistri riesce a far coincidere la necessità di un’attività lavorativa remunerativa e la continua, fedele passione per la pittura.

Rimangono di quel periodo due acquerelli, uno rappresentante l’attività di cantiere della nuova stazione ferroviaria di Milano, l’altro raffigurante un porto di mare non meglio identificato, probabilmente Santa Margherita Ligure e tre opere ad olio: “autoritratto”, “la modella” e “resurrezione”.

L’entrata in guerra dell’Italia lo chiamano sul fronte siciliano dove rimane fino allo sbarco americano allorquando viene fatto prigioniero.

Nonostante la prigionia la pittura non cessa di essere il suo “life motive”: trova modo di addolcire il momento realizzando il ritratto del colonnello americano, a capo del reparto a cui si arrese, e della moglie dello stesso.

Terminata la guerra, fa ritorno a Milano, ove, accomunata alla pittura, intraprende iniziative di valore prettamente commerciale. 

Apre con alcuni Soci un’attività molto innovativa per il tempo: la stampa su vetro delle mascherine per la selezione delle radiofrequenze, la M&M in via Cardinal Mezzofanti. 

Ma Magistri non è eccessivamente attento agli affari, una volta “carpito” il know how i Soci lo liquidano.

Si lega sentimentalmente a Diana Liguori, conosciuta qualche anno addietro, che rimarrà per tutta la vita sua compagna e dalla quale ha tre figli: Anna Maria, Giovanni Paolo, Eugenia Elisabetta.

Capitolo a parte dovrebbe essere scritto sull’importante ruolo avuto dalla moglie
sull’espressività pittorica di Magistri; donna di nobili sentimenti uniti a una percezione angosciante della vita affrontata con altrettanta sensibile trasparenza, particolarmente introspettiva forsanche per la menomazione visiva patita fin dalla nascita, seppe essere punto di riferimento principale nella risoluzione delle difficoltà economiche, guida morale per i figli, rinunciatrice delle proprie convinzioni in nome dell’unità famigliare.

La necessità di provvedere alla famiglia lo spingono su un nuovo fronte lavorativo: la collaborazione come grafico alla nascente casa editrice “Il Saggiatore” di Alberto Mondadori dal 1957 al 1961 della quale è l’ideatore del primo logo, modificato successivamente da Anita Klinz.

Magistri alla scrivania della Casa Editrice “Il Saggiatore”

La oggi ben nota Casa Editrice si proponeva allora politiche culturali molto innovative con la collaborazione e consulenza di personalità eccellenti quali Giacomo Debenedetti, direttore letterario, Ernesto De Martino, Luigi Rognoni, Fedele D’Amico, Guido Aristarco, Enzo Paci, Remo Cantoni, Rosario Romeo e Maria Teresa Giannelli.

Sette le collane pubblicate tra le quali quella della “Biblioteca delle Silerchie”; oltre cento volumetti cartonati con copertina a colori, dei quali ben 64 illustrati da Magistri. 

L’esperienza fatta nel campo grafico-editoriale lo portano ad assumere la direzione della tipografia del Vaticano “La Cittadella” trasferendosi così a Mede Lomellina (PV), ove trascorre cinque anni a lato dei quali oltre all’attività principale realizza una innumerevole produzione di quadri ad olio e disegni.

Ritorna a Milano, dove, malgrado un momento di disagio finanziario non trascura comunque la pittura: sistema il cavalletto in sala da pranzo ed intravede una soluzione ai suoi problemi economici: apre la Galleria Paracelso 10 e là ospita alcune personali di pittori contemporanei tra le quali quella dell’amico Umberto Pettinicchio.

È il momento della massima creatività, si dedica molto al figurativo e realizza le opere nelle quali i critici hanno riconosciuto il maggior valore.

Lo attraggono anche le tematiche sociali, rivissute come momento interiore di espressività e creatività, mai condotte sull’onda dell’emotività legata in modo conformista a questa o quella corrente politica.

Giovanni Balilla Magistri non ama le critiche benevole e accondiscendenti, non ha l’opportunità di farsi conoscere al grande pubblico, ama discutere la propria passione per la pittura nella materialità di ogni quadro, che è sempre una tappa d’un itinerario che manifesta, ogni volta, il superamento dei limiti raggiunti.

Per lui la pittura è un modo di crescere interiormente e di meditare sul mistero della vita. 

Dipinge fino al giorno del suo quadro definitivo. Il porto di Santa Margherita Ligure fu il soggetto della sua ultima opera, il 17 dicembre del 1972.

Il Comune di Milano lo ha ricordato con una mostra postuma al palazzo dell’Arengario nel 1975, mostra in cui furono esposte al pubblico circa duecento opere.

Una frase lo accompagnò per tutta la vita: “sarà il Tempo a giudicare il mio operato pittorico, forse un giorno mi noterà”.

Luigi Filocamo, suo compagno di studi all’Accademia di Brera, a prova della loro salda amicizia, lo ritrasse come apostolo nell’ultima cena, affrescata nel 1949, dallo stesso Filocamo per il Santuario di S. Rita in Cascia.

Uno strano destino: il suo ritratto permanentemente esposto al Pubblico, quasi come un compenso per una vita condotta secondo uno stile severo e riservato.

Il Comune di Milano nel 2004 gli ha dedicato una via della città.

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